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SENZA RETE di Maurizia Cacciatori

“Ho sempre pensato che la vita sia una miscela tra episodi che accadono e decisioni che con coraggio decidi di affrontare.”

E Maurizia Cacciatori la sua vita l’ha sempre affrontata spinta da un forte desiderio di libertà e da una forza incrollabile. Uscita di casa a sedici anni per inseguire la passione della pallavolo e liberarsi da regole troppo strette, ha collezionato titoli nazionali e internazionali, fino alla nomina come migliore palleggiatrice al mondo, una serie di avventure con le compagne di squadra e ben ventidue traslochi in giro per il mondo. Con lo stesso spirito ha affrontato i momenti meno felici come l’esclusione dalla Nazionale o una fuga dall’altare a una settimana dal matrimonio. Oggi Maurizia è madre di due bambini che hanno i suoi stessi occhi e si è costruita una carriera completamente nuova.

“Senza rete” è il racconto di una donna che ha imparato l’arte più difficile: quella di reinventarsi per ricominciare.

A venticinque anni ero la migliore palleggiatrice al mondo. Mi hanno consegnato il premio ad Osaka e mi pare di ricordare ancora i volti dei dodicimila spettatori in festa attorno a me. E poi naturalmente le lacrime e l’azzurro intenso della maglia che amavo più di ogni altra. Ero felice, mi sentivo solo un po’ in colpa pensando alle mie compagne, perché ho sempre creduto che negli sport di squadra si vince e si perde tutti assieme.

Qualche mese dopo, con quella stessa maglia addosso, mi dissero che non servivo più. La più brava del mondo era finita. Scartata come un mobile col difetto di fabbrica. Utile al massimo a portare i palloni o ad asciugare il sudore delle compagne sul parquet. E lì ho capito che si perde benissimo anche da soli. Rintanata nell’auto in uno squallido parcheggio vicino all’autostrada, ho acceso la radio e ho cominciato a piangere a dirotto sulle note di Depende di Jarabe de Palo.

Ho sempre pensato che la vita sia una miscela tra le cose che ti accadono e le decisioni che prendi per affrontare quegli eventi. Diciamo 10% contro 90%.

La notte in cui mi hanno detto in faccia che tutto ciò per cui avevo sudato sin da bambina non valeva nulla, avrei voluto morire. Poi mi sono calmata ed ho intuito che quel dolore poteva servire a qualcosa. Forse perché la pallavolo, la mia adorata pallavolo, non è mai stata tutta la mia vita, soltanto una parte di essa. Una parte importante, ma non il tutto.

Questo mi ha sempre salvato, perché 20 anni dopo i brividi di Osaka, so per certo che non sono le medaglie e i trofei a definirti come essere umano. Come dice la canzone: Depende ¿de qué depende? De según como se mire, todo depende. Dipende dagli occhi con cui guardi te stessa, la tua vita.

Oggi, a 45 anni, osservo lo specchietto retrovisore e vedo principalmente un bel po’ di casini. Me ne sono andata di casa a 16 anni, ho fatto 22 traslochi, sono fuggita dall’altare una settimana prima del matrimonio, sono andata a nascondermi in Spagna, ho smesso di giocare quando le compagne iniziavano a maturare, ho fatto due figli e non ricordo neppure un istante dei punti giocati, delle fasi di una sola partita, la palla decisiva di una coppa dei campioni vinta. Niente di niente.

Quando ancora adesso i tifosi mi fermano per strada, per farmi i complimenti, so che da fuori la mia vita deve sembrare formidabile. E di sicuro lo è, ma nulla è caduto dal cielo. Ora che la guardo, la mia vita è stata di sicuro intensa, complicata, meravigliosa, struggente, caotica, ricca di colpi di scena e di buone lezioni. Una storia che, nel bene e nel male, ho scritto sempre liberamente. Una storia che vale la pena raccontare.

Editore ROI Edizioni

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